GIAN MARIA VOLONTE' : UN ATTORE CHE MERITAVA DI PIU' ( 17/01/2019)


                                         GIAN MARIA VOLONTE'  :  UN ATTORE CHE MERITAVA DI PIU' 


Il metodo inteso a raggiungere il dominio del mezzo per costruire il personaggio e restituirne le emozioni facendo in modo che assieme ad esse arrivasse anche un retroterra razionale. Tutto questo Gian Maria lo incarnava con una tensione morale speciale».

Lui e Mastroianni. «La naturalezza di Mastroianni era istintiva».

Si avvicinava ai personaggi senza pregiudizi. Mentre quella che lei chiama tensione morale non era anche una limitazione: l' essere così carico di un proprio punto di vista? «Prendiamo Lucky Luciano o Carlo Levi. Dice pregiudizi. Io direi che la tensione morale è la condizione essenziale per poter rendere il percorso di personaggi così complessi. Non lo abbandonava mai».

La collaborazione con lei è esemplare: Volonté ha fatto relativamente poco perché faceva solo ciò cui sentiva di aderire. «Solo i film nei quali credeva. Ma mi faccia tornare indietro: le leggo quello che scrisse Montanelli sul Caso Mattei?

"Molti hanno detto che Mattei non era estroverso e logorroico come Volonté l' ha incarnato, era un uomo introverso, spavaldo solo in reazione alla propria timidezza, di scarsa comunicativa, a disagio nella conversazione. Ma l' infedeltà è solamente esteriore. Volonté ha fatto dire a Mattei ciò che Mattei non ha mai detto perché non sapeva dirlo ma che ha sempre pensato".

Se non hai quella tensione morale non riesci a costruire un personaggio in modo che il pubblico possa capire che cosa ha dentro. Come ha capito bene Montanelli è un ritratto ideale. Per crearlo, la tensione dell' attore certo che è una pregiudiziale.

E quando si dice che diventava anche nella vita privata i personaggi che doveva rappresentare, è vero. Se ne impadroniva attraverso tutte le fasi e i dettagli della preparazione. Nel Caso Mattei c' è una scena in cui, mentre la giro, noto che Volonté cammina con i piedi piatti e mi chiedo perché. Improvvisamente ricordo che gli avevo fornito una fotografia di Mattei in cui teneva i piedi divaricati.

Ecco, se n' era appropriato senza dirmi niente. Lavorava di scavo, elaborava e interiorizzava al massimo. E piano piano diventava Mattei, Levi, Luciano. Non è solo tecnica, è una straordinaria capacità di approfondimento. Il minimo gesto da imitare gli serviva per esprimere una personalità». Anche fanatismo? «A differenza di tanti che dicono di lui che era violento e autoritario, era un uomo dolce. Non fanatico, credo consapevole».

Supertecnicismo alla De Niro con in più l' ideologia. «Non ha mai seguito gli eccessi dell' Actor' s Studio. Raggiungeva il risultato attraverso una trasformazione che veniva dall' interno. La sua capacità mimetica era incredibile. Un giorno venne sul set la compagna di Lucky Luciano, ci sediamo lei io e Volonté, in costume di scena. Lo guarda senza dire una parola e alla fine rivolta a me sentenzia: "è isso". Ma questo non lo otteneva con i trucchi. Era frutto di un' esplorazione, di un' elaborazione interiore sulle ragioni del personaggio. Fanatismo? Direi rigore.

E c' era in lui la convinzione di avvicinarsi al suo lavoro in maniera diversa dai suoi colleghi». Non interferiva nelle prerogative del regista?

«No. Credo valga anche per Petri o Montaldo. è indubbio che scegliere un attore come lui era faticoso. Quando lo avevi portato al punto di essere padrone del personaggio, dovevi solo guardarlo». Non ci si poteva aspettare che fosse solo un esecutore. «Proprio no».

Le è capitato di contestargli qualcosa? «Quasi mai. Voglio ricordare una cosa che riguarda Fellini. Una volta mi telefonò in piena notte per dirmi quanto lo avesse colpito un suo piccolo gesto della mano in Lucky Luciano. Lo aveva tanto colpito che voleva affidargli il Casanova». Incontro impossibile, no?

«Certo poi Federico mi disse: "questo vuole sapere tutto". Ma sarebbe stato un incontro interessante. Con tutto il rispetto per Donald Sutherland, lo avrebbe interpretato in modo più penetrante».

Volonté ha segnato la stagione centrale della sua vita artistica. «Un progetto che non ha avuto seguito è stato quello di affidargli un Bruto, a lui interprete ideale del dubbio.

I film che ha fatto lui non li avrebbe potuti fare un altro. Immagina Mattei con Mastroianni, farsi così imprigionare da un personaggio per poi possederlo? Questo era il processo creativo di Gian Maria, non semplicemente di identificazione somatica».

Altri progetti?

«Ho fatto un errore. Volevo fare un film sul Che subito dopo la sua morte. A Cuba, ma lì pretendevano un controllo completo e io non accettai. Dissi: non sono un regista che usa la cinepresa come una mitraglietta. L' errore, quando il film sembrava possibile, è stato quello di non pensare che Gian Maria sarebbe stato un Che perfetto».


GIANLUIGI  MELUCCI   BLOGGER 


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